martedì 6 aprile 2010

L'infanzia è una casa - parte 2

Una volta usciti dall'infanzia, occorre soffrire molto a lungo per rientrarvi. 
Georges Bernanos


Oggi sono tornato in questo posto, che non è più la mia infanzia. 
 
E' solo ciò che resta della casa dei miei nonni, 
un luogo che non è più nemmeno lo scheletro del castello dove i miei occhi, 
da bimbo, trovavano tesori inesistenti, inestimabili.



Camminando sull'asfalto che il tempo versa sui ricordi, che soffoca il passato.


Qui c'era un gelso. Ma, davvero era uno solo?
Probabilmente l'unica operazione matematica che il cuore di un bambino è in grado di effettuare è la moltiplicazione. 
Nemmeno l'uguaglianza gli riesce!
Vedevo un gelso, e un solo albero era già una foresta. Il cane diventava il leone che la difendeva.

Con un lenzuolo spalancato raccoglievamo i gelsi, mentre mio padre scuoteva i rami.

Poi nelle pause il lenzuolo diventava facilmente un trampolino dei ragazzini tra noi più leggeri. Io in particolare ero pelle e ossa. Se provo a sforzare la memoria per riportare le immagini di quei momenti, mi sembra ancora di sfiorare il cielo. Quand'è che i nostri occhi cominciano ad allontanare la vista dalle cose invece?

Correvo migliaia di scale per scalare l'invalicabile ingresso. 
Spalancavo con le mani sporche il portone, e mio nonno mi sgridava perchè la lasciavo sempre aperta, e poi entravano mosche e moscerini.
E lì, all'angolo, insieme al fuoco ardeva mia nonna, ardeva di vita. Così piccolina e immobile, e tutta quella energia dentro, che già gli occhi ti parlavano. 
Appena apriva la bocca sembrava che una mandria di animali selvaggi stesse correndo nella tua direzione. Esordiva urlando: "Eccolo, il mio vagabondo!". 

E detta da lei quella magica parola segreta srotolava mondi e viaggi nella mia mente e nei miei desideri.

Ero già un pirata, un piccolo monello eroe, uno che della vita la sapeva lunga.